mercoledì 17 luglio 2019

POLITICHE PER LA FAMIGLIA: UN ANNO DI GOVERNO M5S/LEGA








Il contratto di governo M5S/Lega prevede un capitolo dedicato alle politiche per la famiglia e la natalità ed un’altra parte dedicata alla modificazione del diritto di famiglia. Dopo il primo anno di governo, che si è concluso il 31 maggio 2019, che cosa è stato fatto di quel programma?

1.      Il contratto di governo
Le politiche per la famiglia occupano uno spazio significativo nel Contratto di governo della maggioranza M5S/Lega. Sono ben 10 gli obiettivi che vengono posti per l’intera legislatura alcuni dei quali ambiziosi seppur quasi tutti espressi in una forma abbastanza generica. Gli obiettivi e le relative realizzazioni di questo primo anno di governo (1/6/2018-31/5/2019) sono illustrati nelle tabelle 1 e 2.

Tab. 1 – Gli obiettivi del Contratto di governo M5S/Lega relativi alle politiche per la famiglia
Obiettivo
Realizzazioni
Sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane.
Obiettivo non realizzato. In particolare non si è fatto nulla per ampliare l’offerta dei nidi e al tempo stesso controllarne i costi per le famiglie.
Consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati.
Congedo di maternità
I 5 mesi di congedo di maternità possono ora essere interamente utilizzati dopo il parto. Le future madri possono scegliere di lavorare fino al 9° mese di gravidanza, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale (o con esso convenzionato) e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale scelta non arrechi possibili pericoli alla salute della mamma e del nascituro.

Congedo di paternità
Il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente privato è aumentato a 5 giorni ed è fruibile entro 5 mesi dalla nascita o dall’adozione del minore. È inoltre prevista la possibilità per il padre di astenersi per un ulteriore giorno, in accordo con la madre e in alternativa della stessa.

Assegno di natalità con aiuti maggiorati dal secondo figlio
Fino al compimento del primo anno di età del bambino o del suo ingresso nel nucleo familiare, anche nel caso di adozione, è riconosciuto un assegno di natalità di 960 euro annui per le famiglie con ISEE inferiore ai 25 mila euro e di 1.920 euro annui per le famiglie con ISEE inferiore ai 7 mila euro. L’assegno è stato introdotto dal 2014. La legge di bilancio 2019 introduce la novità di una maggiorazione del 20% dell’assegno dal secondo figlio[1]. 

Premio alla nascita
È di 800 euro il premio alla nascita riconosciuto su domanda della futura madre, fin dal compimento del settimo mese di gravidanza o all'atto dell'adozione o dell’affidamento preadottivo del minore. È stato attivato nel 2017 ed è stato confermato anche per il 2019 dalla legge di bilancio.

Le iniziative attorno al tema della conciliazione dei tempi sono diverse e vanno nella giusta direzione  ma sono di scarso impatto. La più significativa, per la verità, più che di conciliazione dei tempi è relativa al sostegno economico al costo del crescere i figli è quella relativa alla  maggiorazione dell’assegno per il secondo figlio.
Occorre prevedere l’innalzamento dell’indennità di maternità.
Nessun intervento.
Occorre prevedere un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro.
Il bonus per asilo nido e baby-sitting alternativo al congedo parentale
Questa prestazione  non è stata prorogata dalla Legge di Bilancio e, pertanto, dal 1° gennaio 2019 non è più possibile richiederlo. Il bonus era stato introdotto per la prima volta dal governo Letta nel 2013, e poi confermato dal governo Renzi fino al 2018. La norma prevedeva la possibilità per la madre lavoratrice di richiedere, al termine del congedo di maternità ed entro gli 11 mesi successivi, in alternativa al congedo parentale, voucher per l'acquisto di servizi di baby sitting oppure un contributo per fare fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l'infanzia o dei servizi privati accreditati, per un massimo di sei mesi.
Funzionava come sistema facoltativo e alternativo al congedo parentale, quello che permette ai genitori di prendere un congedo dal proprio lavoro fino a undici mesi complessivi per la coppia. I genitori che non avessero voluto o potuto sfruttare questa possibilità (per esempio perché non potevano permettersi di assentarsi dal lavoro, o perché la compensazione prevista al 30% dello stipendio rende la scelta gravosa per il reddito famigliare) potevano utilizzare il bonus per ottenere 600 euro mensili per 6 mesi con cui pagare baby sitter o le rate dell’asilo nido.

In questo caso, addirittura, il Governo è andato in direzione contraria rispetto a quanto affermato nel contratto di governo.
Occorre prevedere sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri
dopo la nascita dei figli.
Nessun intervento.
Occorre introdurre agevolazioni alle famiglie attraverso: rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui “IVA a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia.
Il buono asili nidoIl buono asilo nido è stato confermato e aumentato fino a 1.500 euro (era di 1.000 euro nel 2018); era e rimane rivolto alle famiglie con figli di età compresa da 0 a 3 anni. Il buono è erogato, indipendentemente dal reddito, a fronte del pagamento di rette per la frequenza di asili nido, pubblici e privati autorizzati, ed è pari ad un massimo di 136 euro al mese.

La Carta Famiglia
La Carta Famiglia è stata prevista alcuni anni fa dal Ministero. E’ destinata a chi ha almeno tre figli conviventi di età non superiore ai 26 anni e dà diritto a incentivi, agevolazioni e sconti sull'acquisto di beni o servizi concessi dai soggetti pubblici o privati. La novità introdotta dalla Legge di bilancio 2019 consiste nel fatto che sono stati esclusi  dai beneficiari gli stranieri extracomunitari.  

Seggiolini antiabbandono
Previste agevolazioni fiscali per l’acquisto dei dispositivi di allarme per i seggiolini con sistemi di ritenuta volti a prevenire l’abbandono dei bambini nei veicoli, obbligatori a decorrere dal mese di luglio 2019.

Siamo in presenza di piccole variazioni di misure già in vigore che non possono avere un effetto significativo sui livelli di natalità
Provvedimenti volti ad agevolare le famiglie con anziani a carico, compresa l’assistenza domiciliare anche tramite colf e badanti
Fondo per i caregiver familiari
La legge di bilancio del 2018 aveva istituito uno specifico Fondo per il sostegno di cura e di assistenza del caregiver familiare, assegnando 20 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2018-2020, finalizzato a sostenere “gli interventi legislativi per il riconoscimento del valore sociale ed economico dell’attività di cura non professionale del prestatore di cure familiare”. Tali interventi legislativi, però, non ci sono ancora stati.
La legge di bilancio 2019 incrementa la dotazione del Fondo di 5 milioni per ciascuno degli anni 2019, 2020, 2021 ma si potranno spendere solo dopo l’approvazione di una legge specifica che è ancora in discussione.

Fondo Non Autosufficienze (FNA)
Con la legge di bilancio, il Fondo viene elevata a 570 milioni) per il 2019, 2020, 2021, con un aumento di 100 milioni rispetto all’anno precedente. Il 50% del Fondo è destinato agli anziani non autosufficienti.

Nel primo anno di governo non ci sono stati provvedimenti per colf e badanti. L’unico intervento relativo a questo obiettivo è quello di un aumento delle risorse del FNA che in quota parte è in grado di influenzare l’assistenza domiciliare dei comuni.


Un capitolo del Contratto di governo è dedicato anche alla riforma del Diritto di famiglia che necessariamente non può non far parte del più ampio capitolo delle politiche per la famiglia. 


Tab. 2 – Gli obiettivi del Contratto di governo M5S/Lega relativi al Diritto di famiglia
Obiettivo
Realizzazioni
Divorzio: rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli per assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori.
Non ci sono proposte del Governo o della maggioranza parlamentare. La Lega ha presentato un disegno di legge – il contestato DDL Pillon – che secondo il M5S è “archiviato”.
Divorzio: rivedere la disciplina del mantenimento del coniuge; rivalutare il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale.
La normativa in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell'unione civile sta per cambiare ma per iniziativa della deputata Morani del Gruppo parlamentare PD.
Semplificare adozioni nazionali ed internazionali. Riorganizzare e semplificare il sistema delle adozioni.
Non ci sono proposte del Governo o della maggioranza parlamentare. Nel mese di aprile del 2019, la Lega ha presentato un disegno di legge per la semplificazione delle adozioni (dai contenuti assai modesti).


2.      Quello che non c’è nel Contratto di governo ma è previsto nella Legge di bilancio 2019: il Fondo per le politiche per la famiglia.
Il fondo nazionale per le politiche per la famiglia sembrava volesse finanziare una amplissima serie di servizi per le famiglie ed invece, in grandissima parte, finanzia le aziende private per la promozione del welfare familiare aziendale. Alle regioni è stato ripartito solo il 15,8% del Fondo. Una spiacevole sorpresa.
La legge di bilancio 2019 ha portato il fondo per le politiche pe la famiglia a 94.682.826 euro. Un bel passo avanti rispetto all’anno precedente quando il finanziamento era di 4,5 milioni di euro. La cosa che invece funziona meno è la finalizzazione del Fondo. Troppe cose, tanto da apparire velleitario. Il Fondo, infatti, è destinato a finanziare interventi in tutti i campi (per il dettaglio si veda il link: https://francopesaresi.blogspot.com/2019/07/fondo-per-la-famiglia-dal-tutto-al-poco.html ).

Nel testo del decreto di riparto la spiacevole sorpresa. La maggior parte dei finanziamenti e cioè 79 milioni di euro sono trattenuti dal Ministero per la Famiglia e le Disabilità che li utilizzerà per iniziative di conciliazione del tempo di vita e di lavoro, per la promozione del welfare familiare aziendale e per la promozione della Carta della Famiglia (da cui nel frattempo sono stati esclusi gli stranieri extra UE). 
Fino ad un massimo di 790.000 euro sono però riservati a consulenze che il ministero potrà affidare a soggetti esterni qualora lo stesso non abbia le competenze necessarie per distribuire con bando le risorse stanziate. Uno stanziamento davvero sorprendente!
Solo 15 milioni sono ripartiti alle regioni italiane che potranno a loro volta redistribuire ai comuni per interventi volti al supporto delle attività dei Centri per le famiglie e nell’ambito delle competenze sociali dei consultori familiari, a sostegno della natalità e a supporto della genitorialità. Rimane da comprendere se il supporto delle competenze sociali dei consultori familiari significhi erogare risorse alle ASL per l’acquisizione di assistenti sociali per i Consultori o se invece lo stesso intervento può essere realizzato con il personale dei comuni che si integra con il personale dei Consultori.
Non siamo ad una svolta positiva. Ci sono risorse in più rispetto agli ultimi anni ma queste vengono messe quasi tutte a disposizione delle aziende private per interventi settoriali a favore di un segmento di popolazione, peraltro un po’ più garantito di altri, che lavora nelle grandi imprese italiane. In un paese che non ha una vera e propria politica organica di sostegno delle famiglie, in un paese che spende meno degli altri paesi europei nelle politiche familiari si decide di promuovere l’intervento dei privati nelle politiche familiari. Sembra sinceramente una azione molto contraddittoria.


3.      Quello che non c’è nel Contratto di governo

Nel contratto di governo sono presenti ben 10 obiettivi (seppur generici ed in parte sovrapposti) che fanno capo alle politiche familiari. Un numero elevato per un settore politico di intervento; ma ciò che manca è un disegno organico di riforma delle politiche familiari che sia in grado di sostenere le famiglie e di promuovere un risveglio della natalità. O, in subordine, un disegno che tenga insieme tutte queste necessità.

L’Italia oggi è fra i paesi europei che spendono meno per le politiche familiari e la maggior parte delle risorse (comprese le detrazioni fiscali) sono distribuite alle famiglie sulla base di criteri non universalistici e non sempre rapportati alla presenza dei figli. Sul fatto che siano inefficaci è sotto gli occhi di tutti dato che la natalità italiana continua a scendere. Occorre pertanto una grande riforma delle politiche di settore che sviluppi l’intervento riorganizzando radicalmente le misure attuali. Un’idea di questo tipo, per la verità, è nelle intenzioni del Ministro per la Famiglia Fontana che al Sole 24 Ore del 10 giugno 2019 ha anticipato l’intenzione di una ampia riforma che riassegni le risorse esistenti dando vita a un assegno unico di 200-300 mensili fino al diciottesimo anno di età dei figli. Ma il Disegno di legge governativo, per ora, non è stato presentato. Mentre è stato presentato quello del PD (primo firmatario Del Rio) che, sulla scorta del disegno di legge già presentato nella passata legislatura a prima firma del Senatore PD Lepri, propone un assegno unico per i figli a carico, riassorbendo tutte le misure attuali ed aggiungendo risorse. La proposta prevede, fra l’altro, un assegno unico di 240 euro mensili per i figli fino a 18 anni (contributo che aumenta per i figli fino a tre anni di età che fruiscono dei servizi come gli asili nido).


4.      Conclusioni
Si fa un gran parlare di bassa natalità e di sostegno alla famiglia. Negli ultimi mesi i partiti di Governo ne hanno parlato più volte prospettando un grande piano di rilancio delle nascite aumentando i sostegni per le famiglie. Ma che cosa è accaduto davvero in questo primo anno di governo? La manovra conferma le misure esistenti (ad eccezione del bonus babysitter e asilo nido che viene abolito), ma le novità previste per il 2019 sono minime:
·         l’importo del “bonus bebè” viene aumentato del 20 per cento a partire dal secondo figlio;
·         il “bonus asilo nido” sale da 1.000 a 1.500 euro annui;
·         il congedo obbligatorio di paternità passa da 4 a 5 giorni, mentre quello di maternità può essere posticipato fino al giorno del parto in presenza di una apposita autorizzazione del medico.
È difficile pensare che piccole variazioni di misure già in vigore possano avere un effetto significativo sui livelli di natalità.
Criticità si rilevano anche negli altri settori di intervento. L’intervento di sostegno delle famiglie è caratterizzato da un approccio categoriale a favore dello sviluppo del welfare aziendale mentre nessun passo avanti è stato realizzato per gli obiettivi relativi alla modifica del diritto di famiglia.
Non ci sono gli interventi per le badanti ma in compenso si registra un aumento del fondo destinato alle regioni e poi ai comuni per l’assistenza agli anziani non autosufficienti.
Nel complesso, il primo anno di governo evidenzia una attività nei vari settori di intervento ma la caratterizzazione degli interventi sembra troppo influenzata dalla necessità di apparire piuttosto che da quella di essere. Gli interventi, nella grande maggioranza dei casi, sono migliorativi ma dall’impianto modesto e quindi non in grado di influenzare le traiettorie delle famiglie. E soprattutto manca un grande disegno riformatore che riorganizzi le prestazioni attuali e le potenzi al fine di sostenere nel tempo ed in modo efficace le famiglie con figli e ne rilanci la natalità.

Bibliografia
Contratto per il governo del cambiamento M5S/Lega, http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf


L'articolo è stato pubblicato il 15/7/2019 su Welforum.it: https://welforum.it/politiche-per-la-famiglia-un-anno-di-governo-m5s-lega/




[1] Questa prestazione sociale viene collocata in corrispondenza di questo obiettivo sebbene non sia propriamente una prestazione per la conciliazione dei tempi  in quanto  lo stesso obiettivo prevede anche  “sostegni reddituali adeguati”.

domenica 14 luglio 2019

REDDITO DI CITTADINANZA: I CONTROLLI IN CAPO AI COMUNI





Cap. 2 del Manuale del Reddito di cittadinanza (RDC)


La legge sul reddito di cittadinanza[1] (RDC) affida ai comuni la verifica dei requisiti di residenza e di soggiorno necessari per avere accesso al RDC.

Come è noto, il RDC è riconosciuto ai nuclei familiari in possesso cumulativamente, al momento della presentazione della domanda per il RDC e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, dei seguenti requisiti:
1)      “Essere in possesso della cittadinanza italiana o di Paesi facenti parte dell’Unione europea, ovvero suo familiare, come individuato dall’articolo 2, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadino di Paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
2)      Essere residente in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due, considerati al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, in modo continuativo” (art. 2, comma 1, lettera a, del D.L. 4/2019).

I comuni sono responsabili delle verifiche e dei controlli anagrafici, attraverso l’incrocio delle informazioni dichiarate ai fini ISEE con quelle disponibili presso gli uffici anagrafici e quelle raccolte dai servizi sociali e ogni altra informazione utile per individuare omissioni nelle dichiarazioni o dichiarazioni mendaci al fine del riconoscimento del RDC  (art. 7, comma 15, D. L. 4/2019).

Spetta dunque ai comuni verificare la presenza cumulativa dei due requisiti di residenza e soggiorno a cui si aggiunge la verifica sulla composizione del nucleo familiare ai fini ISEE (Indicatore della situazione economica equivalente di cui al DPCM n. 159/2013).

Come devono essere effettuati i controlli dei comuni?

Controlli sui requisiti di residenza
I controlli sul possesso dei requisiti di residenza dei beneficiari richiedenti il RDC sono effettuati entro 30 giorni dal riconoscimento del beneficio (effettuato dall’INPS) procedendo prioritariamente all’individuazione dei periodi di residenza del beneficiario nel comune di ultima residenza (il comune di residenza indicato al momento di presentazione della domanda del RDC).
Le risultanze delle verifiche anagrafiche del comune di ultima residenza sono comunicate entro 30 giorni dal riconoscimento del beneficio alla “Piattaforma digitale per il reddito di cittadinanza per il patto di inclusione sociale” collocata presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Attraverso la Piattaforma digitale le informazioni sono rese disponibili all’INPS.
Questa è la norma a regime ma l’accordo approvato in Conferenza Stato-Città ed autonomie locali il 4/7/2019 ha stabilito che “in sede di prima applicazione” le citate verifiche sono effettuate entro 90 giorni dalla data dell’accordo (4/7/2019) e comunicate alla piattaforma digitale entro il medesimo termine. Per cui, interpretando la norma, visto che non viene specificata la durata della “prima applicazione” si presume che per tutti i casi di richiedenti il RDC che verranno comunicati ai comuni entro il 4 settembre 2019 (e cioè praticamente tutti i casi a cui è stato concesso sinora il RDC) il termine per la verifica è quello del 3 ottobre 2019. Per tutti i casi successivi si torna alla norma a regime.

In particolare i comuni devono comunicare se il requisito sia soddisfatto con riferimento alla continuità della residenza nei due anni precedenti la presentazione della domanda, pur in assenza di informazioni sul possesso del requisito nella sua interezza.
Quando il requisito risulti posseduto solo parzialmente, il comune di ultima residenza indica nella Piattaforma digitale le seguenti informazioni:
a)      Data di ultima iscrizione nei propri elenchi anagrafici e il comune di provenienza;
b)      Eventuali periodi precedenti di iscrizione nei propri elenchi anagrafici, indicando per ciascun periodo data di inizio e data di fine.
In questo caso, è la Piattaforma digitale che provvede a coinvolgere il comune di provenienza rendendo disponibili le informazioni anagrafiche affinché lo stesso comune  completi la verifica. Il comune di provenienza del richiedente il RDC indica in Piattaforma digitale le medesime informazioni sulla residenza per la propria parte di competenza nei 20 giorni successivi alla data in cui gli vengono rese disponibili. Le informazioni sono rese disponibili nelle stesse modalità ai comuni di precedente provenienza fino al completamento dei periodi di residenza necessari al soddisfacimento dei requisiti.
Nel caso di impossibilità di ricostruire il possesso dei requisiti di residenza, quale il caso, a titolo di esempio, di iscrizione per provenienza da uno stato estero in data posteriore ai dieci anni precedenti la domanda del beneficio e di non conoscenza di precedenti iscrizioni nell’anagrafe da parte del comune di ultima residenza o provenienza, il comune di ultima residenza convoca l’interessato per acquisire le informazioni atte a verificare il requisito di residenza di cui si è dichiarato il possesso in sede di domanda. Le informazioni devono essere acquisite nei seguenti termini:
a)      Entro  60 giorni dal riconoscimento del beneficio, nel caso di iscrizione nel comune di ultima residenza direttamente dall’estero o comunque nel caso non sia identificabile il comune di ultima provenienza;
b)      Entro 30 giorni successivi al periodo necessario ad individuare l’ultimo comune di provenienza riscostruendo le precedenti iscrizioni in anagrafe, nel caso uno o più comuni di provenienza siano identificabili[2].



Controlli sui requisiti di soggiorno
Il possesso dei requisiti di soggiorno è verificato dal comune di ultima residenza per tutti i beneficiari richiedenti interessati, entro i 30 giorni dal riconoscimento del beneficio. Nel caso di impedimenti alla verifica del possesso del requisito di soggiorno negli archivi accessibili dal comune e di necessità di effettuare le verifiche mediante convocazione dell’interessato, il termine è esteso a 45 giorni.
Entro i medesimi termini, le risultanze delle verifiche sono messe a disposizione dell’INPS mediante la Piattaforma digitale per il reddito di cittadinanza per il patto di inclusione sociale.
L’accordo in Conferenza Stato-Città ed autonomie locali approvato il 4/7/2019 ha stabilito però che “in sede di prima applicazione” le citate verifiche sono effettuate entro 90 giorni dalla data dell’accordo (4/7/2019) e comunicate alla piattaforma digitale entro il medesimo termine. Per cui, interpretando la norma, visto che non viene specificata la durata della “prima applicazione” si presume che per tutti i casi di richiedenti il RDC che verranno comunicati ai comuni entro il 4 settembre 2019 (e cioè praticamente tutti i casi a cui è stato concesso sinora il RDC) il termine per la verifica è quello del 3 ottobre 2019. Per tutti i casi successivi si torna alla norma a regime.



Verifiche sulla composizione del nucleo familiare ai fini ISEE
I comuni adottano nella propria autonomia, entro ottobre 2019, un Piano di verifiche sostanziali e controlli anagrafici sulla composizione del nucleo familiare dichiarato ai fini ISEE per una quota non inferiore al 5 per cento del totale dei beneficiari del RDC residenti nel territorio di competenza. Nel Piano sono individuate le modalità con cui le informazioni dichiarate ai fini ISEE sono incrociate con quelle disponibili presso gli uffici anagrafici e quelle raccolte dai servizi sociali e ogni altra informazione utile per individuare omissioni e difformità nella reale composizione del nucleo familiare rispetto a quanto dichiarato.
Le risultanze delle verifiche sono messe a disposizione dell’INPS mediante la Piattaforma digitale entro 10 giorni lavorativi dell’accertamento dell’eventuale evento da sanzionare. Sono comunque da comunicare alla Piattaforma anche le verifiche che non hanno accertato fatti suscettibili di dar luogo a sanzioni.
Nei casi in cui vengano rilevate dichiarazioni mendaci nella composizione del nucleo familiare e di conseguente accertato illegittimo godimento del RDC da parte dei richiedenti, i comuni, (ma ovviamente anche l’INPS, l’Agenzia delle entrate, l’Ispettorato nazionale del lavoro, per quanto di loro competenza), sono tenuti a trasmettere, entro dieci giorni dall’accertamento, all’autorità giudiziaria la documentazione completa del fascicolo oggetto della verifica.

Anagrafe nazionale
I comuni che hanno già aderito all’Anagrafe nazionale della popolazione residente per ora non avranno benefici da questa loro situazione. Solo in futuro e previo accordo in Conferenza Stato-Città ed autonomie locali potranno essere stabilite modalità per esonerare, anche parzialmente, dagli oneri di verifica i comuni per i quali i dati richiesti siano resi disponibili dall’Anagrafe medesima[3].




Norme di riferimento
Decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4 convertito in Legge 28 marzo 2019, n. 26 : «Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni
Conferenza Stato-Città ed autonomie locali, Atto del 4/7/2019 “Accordo sulle modalità di effettuazione dei controlli sul possesso dei requisiti di residenza e soggiorno dei beneficiari del reddito di cittadinanza”.


[1] D.L. 28/1/2019 n. 4 convertito in L. 28/3/2019, n.26.
[2] Per esempio, nel caso in cui sia necessario coinvolgere oltre al comune di ultima residenza anche il comune di provenienza, i tempi della verifica di questa situazione sono di 30+20+30=80 giorni.
[3] Su questo aspetto si registra un evidente contrasto fra quanto qui riportato e concordato con atto approvato in Conferenza Stato-Citta ed autonomie locali e quanto previsto al comma 4 dell’art. 5 del Decreto Legge 4/2019 sul RDC che prevede invece che l’Anagrafe nazionale avrebbe messo comunque a disposizione della medesima piattaforma le informazioni disponibili sui beneficiari del Rdc, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

giovedì 11 luglio 2019

COME CAMBIA L’ISEE


Ospite del blog stavolta è Maurizio Motta. Maurizio, torinese,  è uno dei più grandi esperti italiani di ISEE.




Come cambia l’ISEE   (con il "Decreto Crescita")


di Maurizio Motta[1]


La legge 28 giugno 2019 n° 58 che ha convertito il Decreto legge 30/4/2019 n° 34 (il cd. Decreto Crescita) ha introdotto, con gli articoli 4 sexies e 28 bis, importanti modifiche alla normativa sull’ISEE, modificando in più punti l’art. 10 del Decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147 (quello che aveva introdotto il Reddito di Inclusione, REI).

Pare utile richiamarle e brevemente discuterne, con riferimento ai due temi dell’ISEE che sono coinvolti, e che sono molto correlati:
-       di quale periodo devono essere i redditi ed i patrimoni valutati nell’ISEE;
-       quale durata e validità deve avere l’attestazione ISEE.
Va evidenziato che le modifiche si applicano agli ISEE in generale, utilizzabili per qualunque prestazione sociale agevolata, e non solo per il Reddito di Cittadinanza
Di seguito si espongono dapprima le modifiche normative (e i loro obiettivi), e poi una breve discussione di snodi e criticità.


MODIFICHE INTRODOTTE

1) Il periodo di validità dell’ISEE (e delle DSU)
Diverse modifiche si sono succedute sul punto:
a)      Nel Dpcm 5/12/2013, n. 159 (che aveva introdotto il nuovo ISEE) le DSU (e gli ISEE attestati) hanno validità sino al 15 gennaio successivo.
b)      Successivamente l’articolo 10 del Decreto legislativo 147 del 2017 (che ha introdotto il Reddito di Inclusione, il REI) ha previsto che la Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), utile ai fini dell’ISEE, è valida dal momento della presentazione fino al successivo 31 agosto.
c)      Il decreto legge 28/1/2019, n. 4 (che ha introdotto il Reddito di Cittadinanza), convertito con la legge 28 marzo 2019, n. 26, ha modificato la disposizione sopra citata al punto b), prorogando al 31 dicembre 2019 il periodo di validità delle sole DSU presentate dal 1° gennaio 2019 al 31 agosto 2019.

Di conseguenza è stato disposto quanto il sito dell’INPS descrive a questo url:
-       alle DSU presentate nell'anno 2019, si applicano le seguenti regole: le Dichiarazioni Sostitutive Uniche (DSU) presentate dal 1° gennaio al 31 agosto 2019 sono valide dal momento della presentazione sino al 31 dicembre 2019 (ad es., una DSU presentata il 10 febbraio 2019 è valida dal 10 febbraio 2019 al 31 dicembre 2019). L’INPS precisa che le DSU già attestate che recavano data scadenza 31 agosto 2019 sono state aggiornate sul portale con la nuova data di scadenza. Pertanto, le attestazioni ISEE, già rilasciate, con data scadenza del 31 agosto 2019 devono essere considerate valide e con scadenza 31 dicembre 2019. Può dunque essere accaduto che cittadini che dispongono di una attestazione ISEE che reca la data di scadenza del 31 agosto 2019 non siano a conoscenza che in realtà quell’ISEE scade al 31 dicembre 2019.
-       Le Dichiarazioni Sostitutive Uniche (DSU) presentate dal 1° settembre 2019 sono valide dal momento della presentazione al successivo 31 agosto (ad esempio, una DSU presentata il 1° ottobre 2019 è valida dal 1° ottobre 2019 sino al 31 agosto 2020).

L’obiettivo principale di questo mutamento nelle scadenze degli ISEE è il tentativo di ridurre uno dei principali problemi dell’ISEE, ossia il fatto che i redditi che considera sono quelli del secondo anno solare precedente la DSU, con l’evidente rischio che quando si usa l’ISEE per definire la prestazione da erogare (o la contribuzione che il cittadino deve pagare) si valutino redditi molto “vecchi” che possono essere diversi da quelli disponibili al momento della prestazione.

Infatti il citato articolo 10 del Decreto legislativo 147 del 2017 disponeva che nelle DSU presentate successivamente al 31 agosto i redditi diventassero quelli dell’anno precedente, e non più del secondo anno precedente. La data del 31 agosto era introdotta perché solo da qual momento l’Agenzia delle Entrate ha la possibilità di inserire nelle DSU i redditi ricavati dalle dichiarazioni ai fini IRPEF dell’anno precedente, redditi che come è noto (insieme a quelli erogati dall’INPS) non sono autocertificati dal cittadino ma immessi in automatico. In questo modo si prevedeva che, scadendo la validità di tutti gli ISEE al 31 agosto, il loro rinnovo (o l’inserimento nei nuovi ISEE costruiti dopo il 31 agosto) potesse prevedere di inserire in automatico i redditi dell’anno precedente.

d)      La legge 28 giugno 2019 citata in apertura ha ora introdotto la seguente modifica:
A decorrere dal 1° gennaio 2020, il comma 4 dell'articolo 10 del decreto legislativo 15 settembre 2017 n.  147, e' sostituito dal seguente:
  4. La DSU ha validità dal momento della presentazione fino al successivo 31 dicembre. In ciascun anno, all'inizio del periodo di validità, fissato al 1° gennaio, i dati sui redditi e sui patrimoni presenti nella DSU sono aggiornati prendendo a riferimento il secondo anno precedente. Resta ferma la possibilità di aggiornare i dati prendendo a riferimento i redditi e i patrimoni dell'anno precedente, qualora vi sia convenienza per il nucleo familiare».


2) L’ISEE “corrente”
Per ovviare al problema dei redditi entro l’ISEE che sono troppo vecchi rispetto al momento della prestazione già il Dpcm 5/12/2013 n. 159 aveva introdotto la facoltà del cittadino di presentare un ISEE che catturasse i redditi più vicini al momento della prestazione, l’ISEE corrente (costruito sui redditi dei 12 mesi precedenti la DSU), che tuttavia poteva essere presentato solo in presenza di tutte queste condizioni:
-       La diminuzione dei redditi doveva derivare solo da redditi da lavoro;
-       Per fare un ISEE corrente era necessario disporre di un ISEE ordinario valido, ed anche che i redditi fossero diminuiti di almeno il 25%, o meglio che l’Indicatore della Situazione Reddituale nell’ISEE corrente risultasse inferiore di almeno il 25% rispetto a quello dell’ISEE ordinario valido da sostituire;
-       Che tale perdita di redditi da lavoro fosse avvenuta non oltre i 18 mesi precedenti la richiesta di prestazione tramite l’ISEE;
-       L’ISEE corrente aveva validità di due mesi.  
Come è evidente sono condizioni che rendono poco efficace l’ISEE corrente nel rappresentare redditi più vicini al momento della prestazione rispetto all’ISEE ordinario, ad esempio se non sono diminuiti redditi da lavoro ma altri (come quelli di trattamenti assistenziali), o se la diminuzione è rilevante ma inferiore al 25%, oppure se la perdita di lavoro è avvenuta prima dei 18 mesi concessi.

Ora la legge 28 giugno 2019 n° 58 citata in apertura ha introdotto (all’art. 28 bis) modifiche dell'articolo 10 del decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, in base alle quali un ISEE corrente potrà essere costruito quando:
-       Sia già presente un ISEE in corso di validità (come era previsto in precedenza);
-       si è verificata una variazione della situazione lavorativa (come descritta all’art. 9 c.1 del Dpcm 5/12/2013 n. 159), ovvero una variazione dell'indicatore della situazione reddituale corrente superiore al venticinque per cento, ovvero un'interruzione dei trattamenti assistenziali conteggiati nell’ISEE fruiti da componenti del nucleo. La novità consiste dunque nel fatto che l’ISEE corrente potrà essere costruito quando ricorra anche solo una di queste condizioni, con l’aggiunta della diminuzione di redditi non solo da lavoro ma anche da trattamenti assistenziali;
-       La variazione della situazione lavorativa deve essere avvenuta posteriormente al 1° gennaio dell'anno cui si riferisce il reddito considerato nell'ISEE calcolato in via ordinaria di cui si chiede la sostituzione con l'ISEE corrente. Questa disposizione (che supera l’irrazionale momento della perdita di lavoro previsto dal Dpcm 5/12/2013, n. 159 (ISEE corrente possibile solo se la perdita di lavoro era avvenuta nei 18 mesi precedenti la richiesta di prestazione) era già contenuta nel decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147 e resta operante.

La modifica introdotta dalla legge 58/2019 prevede che l’ISEE corrente sia calcolato come sopra descritto a decorrere dal quindicesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore del provvedimento di approvazione del nuovo modulo sostitutivo della DSU finalizzato alla richiesta dell'ISEE corrente, e che da tale data, l'ISEE corrente abbia validità di sei mesi dalla data della DSU, salvo che intervengano variazioni nella situazione occupazionale o nella fruizione dei trattamenti assistenziali; in quest'ultimo caso, l'ISEE corrente è aggiornato entro due mesi dalla variazione.


PUNTI DI DISCUSSIONE
a)      Le modifiche riguardano solo una criticità dell’ISEE del 2013, ossia puntano a ridurre la distanza tra i redditi considerati nell’ISEE ed il momento di “uso dell’ISEE” nella richiesta di prestazione. Non toccano quindi le diverse altre criticità dell’indicatore, ad esempio il fatto che i redditi valutati nell’ISEE sono al lordo delle ritenute fiscali già eseguite e non quelli netti davvero percepiti, oppure il fatto che i patrimoni mobiliari ed immobiliari (che sono quelli al 31 dicembre precedente la DSU o la giacenza media dell’anno precedente) possono anch’essi essere molto diversi (a vantaggio o a svantaggio del cittadino) quando richiede la prestazione).

b)      Davvero bizzarra appare la previsione di poter scegliere se inserire nell’ISEE i redditi dell’anno che precede la DSU oppure del secondo anno precedente, quando “…vi sia convenienza per il nucleo familiare”. La formulazione usata nella novità introdotta dalla legge 58/19 non fa capire appieno se la scelta di cosa è più conveniente per il nucleo spetta ai cittadini (che quindi dovranno chiedere l’ISEE più vantaggioso), oppure è eseguita in automatico dal sistema; anche se la prima ipotesi è più verosimile.
Si tratta di un meccanismo che può generare:
-       Importanti iniquità distributive: lo scopo del test dei mezzi non è di essere costruito “in base alla convenienza del nucleo familiare”, bensì per misurare la condizione economica con la modalità più appropriata da valutare (ossia quella più vicina al momento della prestazione), con criteri uniformi e certi, a garanzia sia dell’uso delle risorse pubbliche sia dell’equità erogativa tra cittadini. Per pagare le tasse sui redditi l’Agenzia delle Entrate (ovviamente) non consente di scegliere di quale anno dichiarare i propri redditi. Né lo consente l’INPS quando un anziano povero richiede l’assegno sociale. Dunque per quale motivo deve aver senso poter scegliere l’anno dei redditi da valutare per i molteplici utilizzi dell’ISEE (dalla riduzione delle tasse universitarie e dei servizi scolatici, all’accesso all’edilizia residenziale pubblica, a molte prestazioni contro la povertà, e altri)?
-       Rilevanti incertezze e confusioni nei cittadini, nei Caf e nei servizi degli enti erogatori: come farà il cittadino a capire quale contenuto dell’ISEE è più conveniente se non facendone calcolare due (con i redditi dei due diversi anni)? E chi saprà far comprendere la scelta ai nuclei più fragili?
-       Un punto di forza dell’ISEE introdotto nel 2013 era la riduzione delle false dichiarazioni prevedendo che i redditi fiscalmente rilevanti e erogati dall’INPS non fossero più autocertificati dal cittadino ma immessi nell’ISEE dall’Agenzia delle Entrate e dall’INPS. Se dal 1/1/2020 il cittadino potrà scegliere di far costruire un ISEE sui redditi dell’anno precedente, con una DSU che vale dal 1 gennaio al 31 dicembre, come può l’Agenzia delle Entrate immettere i redditi fiscalmente rilevanti visto che sino a luglio non ne è a conoscenza? Si rinuncia a questa funzione?

c)      Il citato articolo legge 28 giugno 2019 che ha cambiato il comma 4 dell'articolo 10 del decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, prevede letteralmente che “i dati sui redditi e sui patrimoni presenti nella DSU sono aggiornati prendendo a riferimento il secondo anno precedente. Resta ferma la possibilità di aggiornare i dati prendendo a riferimento i redditi e i patrimoni dell'anno precedente, qualora vi sia convenienza per il nucleo familiare“. Dunque anche i patrimoni da considerare entro l’ISEE possono diventare quelli del secondo anno precedente (e non solo i redditi), mentre sinora erano sempre quelli del 31 dicembre precedente la DSU?

d)     Le modifiche previste all’ISEE corrente introducono migliori possibilità di usare questo tipo di ISEE per catturare diminuzioni di redditi che non sarebbero catturate negli altri ISEE, certo positive per i cittadini. Tuttavia:
-       La presentazione di un ISEE corrente resta una facoltà del cittadino (come previsto dall’art. 9 del Dpcm 159/2013) per rappresentare una diminuzione dei propri redditi, mentre non è possibile per gli Enti erogatori obbligare ad utilizzare l’ISEE corrente in caso di aumento dei redditi. Non per nulla sia il REI che il RdC hanno previsto consistenti impegni del fruitore della prestazione a dichiarare miglioramenti della sua condizione economica successive e al di fuori dell’ISEE. Ma con apposita normativa operante solo su queste misure, mentre le modifiche qui discusse si applicano a tutti gli ISEE ed a tutti i loro utilizzi
-       l'ISEE corrente avrà validità di sei mesi dalla data della DSU, salvo che intervengano variazioni nella situazione occupazionale o nella fruizione dei trattamenti assistenziali; in quest'ultimo caso, l'ISEE corrente è aggiornato entro due mesi dalla variazione. Meriterebbe chiarire come opererà questo aggiornamento: viene eseguito in automatico dall’INPS in base ai dati disponibili sui trattamenti assistenziali ed occupazionali? E il cittadino che dispone di un ISEE corrente la cui validità risulta essere di 6 mesi e che ha utilizzato, come verrà a conoscenza delle variazioni?






[1] Docente a contratto presso i corsi di laurea in Servizio sociale dell’Università di Torino. È stato dirigente dei servizi sociali del Comune di Torino.